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Incontro con don Giacomo Panizza

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Una grande lezione di vita e di legalità quella che don Giacomo Panizza ha dato ai nostri studenti nell’incontro organizzato mercoledì 10 gennaio dal Consorzio Jobel presso il Museo di Pitagora. Di origine bresciana, “emigrato al rovescio”, come ama definirsi lui stesso, don Panizza da quarant’anni vive e opera in Calabria, e precisamente a Lamezia Terme, dove ha fondato la Comunità Progetto Sud, dando voce agli ultimi (disabili, malati mentali, poveri, emarginati), i quali, vittime dell’arretratezza culturale, quarant’anni fa vivevano reclusi in casa, privati del diritto all’istruzione e della possibilità di avere relazioni sociali. Egli ha dato loro l’opportunità di esprimersi, di crescere, di interagire, e questa fiducia è stata ripagata. Proprio queste persone hanno dimostrato di avere una grande dignità nel momento in cui hanno accolto l’invito di don Giacomo a scegliere come sede della propria Comunità un palazzo confiscato ad uno dei clan più tristemente noti nel lametino. Da anni nessuno aveva voluto occupare l’immobile per paura di ritorsioni e invece queste persone hanno sfidato a testa alta minacce e atti intimidatori da parte dei boss, contribuendo non poco a costruire una mentalità nuova. C’è sempre qualcuno che comincia - ha detto don Panizza – ma senza seguito qualunque azione risulta vana. E’ importante lavorare insieme se si vuole un vero cambiamento. “Bisogna che tanti facciano poco piuttosto che pochi facciano tanto“. L’impegno di questo sacerdote e della sua Comunità ha inciso in maniera propositiva nel contesto sociale, contribuendo a scardinare la mentalità mafiosa radicata nella nostra regione. Tanti imprenditori hanno trovato il coraggio di denunciare i loro estorsori, di uscire dalla morsa del racket e di riconquistare la loro libertà. Tra loro è stato ricordato Rocco Mongiardi, il quale, senza paura, in tribunale ha puntato l’indice contro il boss che da lunghi anni gli imponeva il pizzo.

“Cattivi maestri. La sfida educativa alla pedagogia mafiosa” è un libro che don Giacomo ha dedicato ai giovani affinché si lascino educare alla libertà. Se la mafia impone le proprie regole con il potere della forza e della violenza, la Scuola è chiamata ad inculcare nei ragazzi la riflessione e il pensiero critico, strumenti fondamentali per affrancarsi da qualsiasi forma di sottomissione.

Sollecitato dai numerosi interventi dei nostri allievi, coordinati dalle docenti Giovanna Ripolo ed Emilia Rizzuto, don Panizza ha raccontato tanti episodi della sua vita: dal lavoro in fabbrica appena quattordicenne alle lotte sindacali, dagli anni in seminario all’arrivo in Calabria, una terra meravigliosa, ma martoriata da mille problemi. Prima di congedarsi, ha letto l’ “Elenco delle cose che mi piacciono del Sud”, con cui si apre il libro e di cui riportiamo il testo integrale:

“Del Sud mi piace chi se ne sta a mani nude, disarmate; chi non si lascia tentare ad opporsi ai violenti coi loro stessi metodi. Mi piace tenermi negli occhi la luce, il cielo, il mare con le Eolie dentro e la riga del sole che ci tramonta dietro. Mi piace ascoltare la gente del Sud parlare le sue parole. Dal Sud ho imparato che non tutto è urgente, non tutto deve essere perfetto e in orario, non tutto è essenziale: e mi è piaciuto. Al Sud mi piace chi fa il padrino senza fare il padrone, chi fa doni per amicizia e non per legarti al suo clan. Mi piacciono le madri che non dimenticano i figli, qualunque cosa abbiano combinato; madri che supplicano i boss di ‘ndrangheta di svelare dove hanno buttato o seppellito i loro figli, spariti di lupara bianca, per portarci un fiore. Del Sud mi piacciono le donne, attente e appassionate, con cuori grandi. Mi piace vedere i giovani “sbattersi “ coi partiti politici, con l’utopia di rinnovare i partiti e la politica. Mi piacciono quelli che in tribunale si ricordano le facce e le parole di chi ha chiesto loro il pizzo, indicandoli davanti a tutti. Mi è piaciuta l’idea di emigrare a rovescio, di andare a conoscere limbo e inferno, purgatorio e paradiso, la mia vita con altri altrove“.

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